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Palazzo Pellegrini, architetto Francesco Galli Bibiena
Il palazzo Pellegrini “a Santa Cecilia”, era detto novo per distinguerlo dal vicino palazzo Pellegrini “alla Rosa”, vecchio, progettato da Domenico Curtoni (Verona 1556-1629) e finito nei primi anni del ’600.
Il palazzo novo, invece, secondo la testimonianza dell’erudito bolognese Marcello Oretti, e dello storico ottocentesco veronese Saverio Dalla Rosa, fu «fatto su disegno del Bibiena». Riduttivamente, un altro storico ottocentesco, Giovanbattista da Persico, attribuisce a Bibiena il solo scalone.
L’architetto e scenografo Francesco Galli Bibiena (Bologna 1659-1737), spesso presente a Verona tra 1715 e 1730 per seguire il cantiere del costruendo Teatro Filarmonico, suo bellissimo ma sfortunato progetto, distrutto dal fuoco nel gennaio 1749, ebbe l’occasione, nell’arco del quindicennio di frequentazione, di progettare a Verona qualche altra opera. Tra queste è senz’altro da porre la fastosa scala del palazzo nuovo che dal cortile d’onore conduce direttamente al salone. Ma la critica moderna tende a considerare la testimonianza di Oretti e attribuisce a Bibiena sia il prodigioso susseguirsi, con perfetta misura, di archi e colonne nel cortile rettangolare, che, in definitiva, tutto il riadattamento del palazzo eseguito su una preesistente costruzione anch’essa di Domenico Curtoni.
L’intervento di ammodernamento si deve al conte Ottaviano Pellegrini, colto committente dal gusto fortemente orientato verso la tradizione accademica bolognese, impegnato, negli anni Trenta del Settecento, ad accrescere il fasto del palazzo di famiglia.
Dopo essere passato di mano più volte, e dopo una lunga decadenza e un ripristino negli scorsi anni Ottanta, ora il palazzo è proprietà della Fondazione Cariverona che vi ha posto la propria sede e la sede della Fondazione Domus per l’arte contemporanea.
Poche memorie rimangono delle decorazioni pittoriche. Resta notizia di un affresco del giovane Giambettino Cignaroli (Verona 1706-1770), nel soffitto dello scalone, Vulcano che presenta a Venere le armi di Enea, purtroppo perduto, di cui però è noto il bozzetto, datato 1734. La data conferma che prima della metà degli anni Trenta lo scalone era costruito.
Laconiche notizie sono giunte di qualche altro affresco nella sala e in altre camere, con soggetti alla moda: il Carro del Sole, il Giorno, l’Aurora e il Crepuscolo, nella sala; la Notte e le Quattro Stagioni, nelle camere. Autori sono, è sempre Oretti a tramandarlo, gli emiliani Vittorio Bigari (1692-1776), maestro acclamatissimo al suo tempo, Stefano Orlandi, Giuseppe Orsoni, Giuseppe Montanari. Nessuno di questi dipinti è oggi superstite.
Sopravvive invece, in un locale del piano nobile, un affresco di buona fattura e in ottimo stato di conservazione stranamente non ricordato dalla letteratura con un tema caro all’edonismo rococò: il Trionfo di Venere su un carro trainato da due colombe. È opera del veronese conte Pietro Antonio Rotari (Verona 1707 - San Pietroburgo 1762) pittore assai amato nelle corti mitteleuropee di Vienna, Dresda e San Pietroburgo. Risale anch’esso alla metà degli anni Trenta.
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